analog

daily frames

Daily Frames esplora il legame tra il nostro essere e gli spazi che viviamo e attraversiamo quotidianamente. Luoghi visitati una sola volta o abitati per molto tempo che si incontrano, si mescolano, dando vita a nuovi spazi, non piu’ reali ma immaginari.
La tecnica della proiezione diventa stratificazione di forme e colori, densita’ di luce e ombra, vera e propria pittura fotografica sulle superfici e sugli oggetti. Fotografie scattate altrove invadono le stanze di casa e stravolgono l’essenza degli oggetti, facendogli perdere la loro consistenza materiale e creando visioni colorate, invenzioni della memoria. Lo spazio esterno invade lo spazio interno, la lontananza invade la vicinanza. Le sfocature, le tracce del passato alterano la linearita’ del tempo presente. Cio’ che e’ stato fotografato altrove e in un’altro momento viene proiettato e rifotografandolo diventa altro. Come noi siamo altri da cio’ che eravamo allora.

Le fotografie sono state scattate con una Yashica Mat su pellicola formato 120 Kodak Portra 400 asa.



EX

Quel posto era una fabbrica abbandonata, la Ex Snia Viscosa, importante centro indutriale romano. Ormai chiuso da decenni, ancora in piedi ma completamente fatiscente. Qualche anno fa, ho trascorso delle giornate in questo posto, condiviso delle ore con chi all’epoca viveva là dentro. Una città clandestina nascosta all’interno della città “normale”. Una comunità di rumeni e di rom, in pacifica convivenza, ognuno con delle regole da rispettare. Le giornate scorrevano come nella città “normale”, molti uomini lavoravano come manovali a giornata, partivano all’alba e tornavano la sera, le donne si prendevano cura delle case improvvisate. I bambini giocavano con quello che c’era: una mascherina di carnevale anche se carnevale non era, un bel regalo per l’immaginazione. Il venerdì il barbiere faceva il suo giro, con una sedia e gli strumenti del mestiere. Gli uomini che non lavoravano si davano da fare per far assomigliare le baracche il più possibile a delle vere case. Invece queste piccole porte che si aprivano una accanto all’altra, queste baracche rattoppate con quello che si trovava per strada, sembrano il palcoscenico di un teatro dove va in scena l’arte di sapersela cavare con quel che si ha, la sofferenza dignitosa della precarietà e al tempo stesso il desiderio di normalità. Quest’umanità persa e vagante che fine avrà fatto? Avrà finalmente trovato il suo posto nel mondo? Cosa ricorderà di quei giorni trascorsi in questo ex-luogo? Della loro presenza rimangono gesti e sguardi immersi nella grana dei fotogrammi in bianco e nero.
“Non nasce teatro laddove la vita è piena, dove si è soddisfatti. Il teatro nasce dove ci sono delle ferite, dove ci sono dei vuoti. E’ lì che qualcuno ha bisogno di stare ad ascoltare qualcosa che qualcun altro ha da dire.”  Jacques Copeau









La terra

Anche tu sei collina e sentiero di sassi e gioco nei canneti, e conosci la vigna che di notte tace. Tu non dici parole. C’è una terra che tace e non è terra tua. C’è un silenzio che dura sulle piante e sui colli. Ci son acque e campagne. Sei un chiuso silenzio che non cede, sei labbra e occhi bui. Sei la vigna. È una terra che attende e non dice parola. Sono passati giorni sotto cieli ardenti. Tu hai giocato alle nubi. È una terra cattiva ‒ la tua fronte lo sa. Anche questo è la vigna. Ritroverai le nubi e il canneto, e le voci come un’ombra di luna. Ritroverai parole oltre la vita breve e notturna dei giochi, oltre l’infanzia accesa. Sarà dolce tacere. Sei la terra e la vigna. Un acceso silenzio brucerà la campagna come i falò la sera.

Cesare Pavere, La terra e la morte, 1945


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